EDITORIALE L'ARCO DI GIANO n° 57 - 2008

           
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Arco di Giano


Le sfide morali del post-umano: roboetica, biopotenziamento e macchine senzienti


N° 57 - autunno 2008



In questo numero dell’Arco di Giano sarà tolto il nome di Achille Ardigò dall’elenco del Comitato Scientifico: il 10 settembre ci ha lasciato nel rimpianto di allievi ed estimatori. Personalmente gli devo riconoscenza e venerazione per come accettò di far parte del Comitato Scientifico dell’Arco di Giano e per l’umiltà con cui non ha mai cessato di collaborare. Ha sempre partecipato, fino a quando la salute gliel’ha concesso, agli incontri annuali di Cetona ed ogni suo intervento arricchiva di nuovi stimoli il confronto ed il dibattito. Fu un maestro che non si è trovato mai fuori tempo rispetto alle nuove generazioni; amava e sapeva utilizzare la tecnologia informatica come un giovane tecnico appassionato. Credo non ci sia nessuno che abbia avuto relazioni con il Prof. Ardigò che non sia rimasto ammirato ed affascinato dalla tempestività e precisione della sua corrispondenza. Un insegnamento porterò nel cuore, oltre a quelli direttamente legati alla sua disciplina: la generosità dell’interlocuzione con qualsiasi persona, un giovane, un suo pari o il sacerdote di cui aveva appena ascoltato l’omelia. Infatti non trascurava mai di offrire la sua analisi ed il suo contributo, rendendo in questo modo importante quanto veniva detto dagli altri. Umiltà e generosità di un vero grande. Affido questa semplice memoria a tutti i nostri lettori. Lo IASS con la Rivista non mancherà di dedicargli un ricordo più appropriato.


Mariapia Garavaglia


La presentazione di un dossier dovrebbe da un lato costituire la premessa precomprensiva del dossier stesso, cioè offrire le coordinate motivazionali finalistiche entro cui si muove; dall’altro far sintesi dei contributi che offre al lettore per sollecitarne ancor più l’interesse. Ovviamente non mi sottrarrò a entrambi i compiti. Non senza aver ripercorso prima, però, alcuni momenti autobiografici che possono meglio inquadrare l’interesse che mi ha spinto a strutturare gli studi che seguono sul tema in oggetto: le sfide del post-umano con particolare riferimento alla roboetica.

Già dall’enunciazione del titolo o da una rapida scorsa degli articoli si evince come le tematiche trattate si pongano indubbiamente su una linea “evoluzionistica” proiettandoci verso un futuro, il più delle volte ancora “futuribile”. E proprio questo appassionato, curioso, “intrigante” come si ama dire oggi, sguardo al futuro aveva segnato molti dei miei interessi fin dagli anni della mia tarda adolescenza, concretizzandosi in particolare nello studio di alcuni autori che hanno poi segnato anche i successivi percorsi di ricerca.

Innanzitutto con la lettura di Isaac Asimov (più volte citato nel contributo di Giovanni Basile), scrittore che troppo riduttivamente è stato ascritto al genere della “fantascienza”, come lo sarebbe se ci limitassimo a inquadrare in tale genere letterario Giulio Verne. In realtà Asimov è stato molto di più. Certo ha scritto di fantascienza ma con l’occhio attento dello scienziato che non fantastica, immagina o cavalca sulla luna come Astolfo bensì propone uno scenario ipotetico, a volte assurdo o impensabile ma pur sempre possibile. Molte volte anticipando di gran lunga la cronologia e i tempi d’attesa della ricerca scientifica. Come in quell’affascinante viaggio all’interno del corpo per rimuovere un embolo compiuto da alcuni medici “micronizzati” (Fantastic voyage, 1967): proiezione fantastica, certo, ma non molto diversa dalle compresse endoscopiche o dai microchip ingeriti che oggi possono farci percorre dall’interno l’organismo con una visione non molto diversa da quella dei “corponauti” del romanzo. Ma a differenza di Verne, ed era questo il motivo del mio interesse, Asimov non si limitava al godimento dell’immaginazione fantastica ma ne preconizzava anche le implicanze etiche. Se capitano Nemo, infatti, non ha grande attenzione per l’etica ambientale Asimov prospetta già alcune problematiche etiche al punto tale che successivamente si parlerà delle “tre leggi di Asimov” (in realtà mai organicamente formulate dallo scrittore). Non è un caso, d’altra parte che l’uomo di scienza e di fantascienza si sia cimentato anche con un testo, sia pure con un certo concordismo fondamentalista nell’approccio alla Sacra Scrittura, che cerca di interpretare il dato biblico sul settenario della Creazione alla luce dei dati scientifici.

Altro grande interesse della mia gioventù era stato Darwin, non solo il Darwin maggiore, l’evoluzionista inviso alle autorità ecclesiastiche, satiricamente raffigurato col volto di una scimmia ma anche il Darwin per così dire “minore”, quello del viaggio sul Beagle dalle cui osservazione nascerà poi “L’origine della specie”. Fin da quelle appassionanti letture non riuscivo in alcun modo a percepire alcun distonia, alcun contrasto, alcuna dissonanza conflittuale con le ipotesi creazioniste che tanto appassionavano una certa intellighentia religiosa soprattutto negli Stati Uniti. Ma l’intuizione che allora percepivo in modo assolutamente vago era che l’evoluzione dovesse ancora continuare nella storia anche con percorsi e prospettive non sempre immaginabili. Ad esempio su altri mondi (e in ciò m’era d’aiuto Asimov) o, come adesso comincia a profilarsi, nell’ambito della macchina.

A risolvere definitivamente ogni esitazione e rafforzare questa convinzione fu la conoscenza e la lettura di Teilhard de Chardin, il grande paleontologo e teologo gesuita che aveva fatto di questa prospettiva il cuore della sua ricerca teologica, imbattendosi peraltro in ripetuti e comprensibili contrasti con l’allora Sant’Uffizio (il “gesuita proibito”) come venne chiamato, in anni che ancora ci separavano dalle aperture del Concilio Vaticano II. E proibiti erano anche i suoi testi, tanto che ancora negli anni 70 non circolavano nella traduzione italiana e dovetti procurarmeli nella loro edizione originale francese impegnandomi peraltro in un lettura ardimentosa (che è già difficile in italiano ricca com’è di neologismi, metafore, licenze poetiche ma in un testo in prosa, ecc.). In effetti questa grandiosa “cosmovisione” di Teilhard che si lancia verso il “punto Omega” in cui ovviamente egli vede Cristo parte proprio dalla materia vedendo persino brandelli di coscienza in essa. Siamo certamente in una profetica intuizione “a monte” di ciò che “a valle” nelle pagine di questo dossier verrà trattato circa la possibile sensienza delle macchine. Anche se i legami genetici col patrimonio formativo di ognuno di noi sfuggono poi a una diretta consequenzialità di causa-effetto non posso far a meno di ricollegarmi a tutto questo non solo e non tanto per un nostalgico ricordo quanto piuttosto per vedervi la fondazione forte di quello che queste pagine vogliono dibattere. Che significa oggi parlare del post-umano? Forse potrebbe apparire solo un vezzo semantico affine all’idea di post-moderno? Mi chiedo quale neologismo si dovrà creare dopo il “post”. No, post-umano va riferito molto più semplicemente, e non in termini cronologici, a ciò che viene dopo l’uomo cioè antiteticamente a ciò che l’uomo non è o non è più. La macchina, si sa, lo ha sostituito o integrato. Il braccio meccanico è stato il prolungamento del braccio fisico mentre la scavatrice elettrica ha sistituito, potenziandolo, l’uomo che zappava la terra. Dopo l’uomo la macchina. Ma se l’etica, finora, si è occupata sempre e soltanto dell’uomo (anche quella di carattere politico o economico era pur sempre antropocentrica) fatta eccezione forse per quella ambientale e animale rigorosamente intesa, non sarà così o quantomeno non solo così per i problemi etici posti dalla macchina.

Anche questi, finora, sono stati letti in chiave antropocentrica preoccupandosi soprattutto di sottolineare sempre e comunque il primato dell’uomo sulla macchina. Ma adesso il discorso cambia: si parla infatti della macchina in quanto tale accanto all’uomo e indipendentemente da questo. Negli studi che seguono, infatti, si tratterà dei problemi relativi alla coscienza, alla sensibilità, alla responsabilità della macchina e del robot in modo particolare utilizzando peraltro una terminologia nata alle origini della filosofia per la definizione di attività prettamente umane. Potranno rimanere tali anche se applicate all’uomo? Il grande pubblico, forse si è confrontato per la prima volta con questi problemi (dimenticandoli, però, subito) con il famoso 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick. Tutti ricordano il grande computer di bordo, HAL 9000, che alla fine il protagonista cerca di disattivare mentre questi si oppone, si ribella e instaura una vera e propria lotta cibernetica con lui. Al pari di questo gli scenari di cui si parla nel dossier sono certamente futuribili. Ma quanto? Non dimentichiamo, a tal proposito, quella sottile distinzione latina tra adventus e futurus. Il primo in linea di rottura e assoluta novità col presente, il secondo il linea di continuità. A quale di queste categoria appartengono le problematiche qui trattate. Solo alla prima? O forse anche alla seconda? In entrambi i casi non possono trovarci impreparati.

Anche se la riflessione etica ha tempi di maturazione assai diversi da quelli del progresso scientifico non per questo deve sempre inseguirlo limitandosi poi a bacchettarlo perché non consono alla dignità umana. Ma dov’era mentre questo progresso scientifico era ancora in cammino? Non a caso oggi si parla di immaginazione morale per la scienza e lo scienziato, superando così una certa antinomia che fino a un passato recente ha opposto una ricerca scientifica eticamente neutrale a una tecnologia eticamente connotata col solito esempio paradigmatico dell’energia nucleare e della bomba atomica. Il futuro che ci si dischiude all’orizzonte probabilmente non sarà così e, se lo sarà, avrà già al suo fianco il sostegno di una robusta elaborazione etica. In tal senso le sfide del post-umano si presentano come l’ultimo (almeno per il momento) traguardo di una prospettiva evoluzionistica insita nella storia e nel destino dell’uomo. Proprio per questo non può vedersi alcuna contrapposizione con le visioni religiose e, in particolar modo, creazioniste dell’esistenza. La vera, grande sfida morale, per i prossimi decenni sarà proprio quella di una evoluzione non più “gestita” dalla casualità (o dal determinismo soprannaturale) di selezioni biologiche, mutazioni spontanee, ecc. ma affidata responsabilmente all’uomo. Forse mai come oggi si sta compiendo il mandato genesiaco dell’affidare la natura all’uomo perchè la coltivi e la custodisca. La custodia del creato dovrà sempre più coniugarsi con la sua coltivazione, la natura con la cultura. Anche attraverso la macchina o il robot.

Salvino Leone

 

 

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