EDITORIALE L'ARCO DI GIANO n° 51 - 2007

           
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Arco di Giano



L'AIDS in Africa ed oltre


N° 51 - primavera 2007



Umanizzazione e medical humanities

Il passaggio di boa dei 50 numeri de L’Arco di Giano mi suggerisce alcune considerazioni sulla cosiddetta umanizzazione della medicina e sulle medical humanities, che rappresentano però un punto di vista un po’ particolare, forse non completamente ortodosso.
Medical humanities non sono sinonimo di umanizzazione della medicina. Infatti il termine stesso andrebbe bandito – al di là delle buone intenzioni di qualche teorico e del legittimo uso strumentale che se ne può fare – perché prospetta un modello di atto della cura scisso in due componenti: da una parte l’intervento tecnico, dall’altra quello cosiddetto “umano”. Invece la pratica clinica concreta ci insegna – prima ancora delle elaborazioni metodologiche – che l’assistenza tecnica a chi soffre non può essere disgiunta da una profonda conoscenza dell’oggetto dell’intervento, cioè la persona ammalata, come premessa per impostare una cura efficace. Non è una grande novità, perché la storia della medicina è dominata da questo principio fondamentale; si rischia quindi di creare una centralità artificiale per una tematica che è già strutturale nella medicina di tutti i tempi. Ciò si realizza ovviamente in modi diversi a seconda della gravità della patologia, della complessità e della durata dell’intervento.
Qualsiasi atto di cura – anche quelli relativamente semplici – pone l’individuo in uno stato di ansia e di incertezza che può complicare l’esito stesso dell’intervento terapeutico; però la gran parte degli atti di cura ha come obiettivo persone largamente compromesse dalla malattia, che è un evento pervasivo della vita dal punto di vista biologico, psicologico e sociale. Come è possibile solo ipotizzare di raggiungere risultati importanti se non si considera la storia clinica, il peso attuale del dolore, le condizioni cognitive e affettive, la capacità di autocura, l’esistenza o meno di una rete di supporto naturale? Da ciò discende l’esigenza di ascoltare per capire e di parlare per comunicare e indirizzare, strumenti indispensabili per rendere efficace anche la parte di intervento che spesso viene affidata alla tecnologia e alle varie componenti dell’equipe di cura. Ogni passaggio ha senso solo se è caratterizzato da un’elevata comunicazione. In questo modo si risponde ad un bisogno immediato della persona ammalata – quello di essere compreso, accompagnato, consolato – ma soprattutto si giunge al profondo della realtà umana, quella di una malattia che non è solo un fatto intercorrente – dominato da logiche proprie – ma un modo diverso di vivere la vita, perché diviene l’evento dominante e quello con il quale si parametrano tutti i tempi della vita stessa. In questo senso si capisce il significato profondo delle medical humanities, perché rappresentano aspetti della vita e della cultura che permettono di meglio descrivere (e comprendere) la malattia che si è impossessata della persona e la fatica della persona stessa quando deve conservare la propria libertà, anche in momenti di grave difficoltà.
In questa prospettiva tutti gli aspetti del pensiero umano e della vita divengono importanti rispetto all’evento medico, dalla filosofia, alla storia, alla letteratura, all’arte, alla teologia, ecc. Si potrebbe peraltro affermare che le medical humanities (cioè le scienze che legano i fondamenti della medicina al resto del pensiero umano e la prassi sanitaria al complesso delle organizzazioni che reggono la città dell’uomo) sono oggi ancora più importanti di quanto non fossero al momento di fondazione de L’Arco di Giano, quasi quindici anni fa. Perché da una parte gli enormi progressi della scienza biologica hanno bisogno di un confronto continuo con le altre scienze che regolano la vita, non solo in una prospettiva strettamente etica, ma per tutti i contenuti che caratterizzano il tempo della persona che vive oggi in un paese avanzato come l’Italia. Dall’altra, però, anche l’organizzazione concreta degli atti di cura ha sempre bisogno di un confronto con la storia, l’economia, l’antropologia, la psicologia, ecc. In questo modo si evitano soprattutto le semplificazioni che rischiano di abbassare il livello complessivo dell’assistenza.
Recentemente è stato annunciato che Wal-Mart – un’enorme catena di supermercati americani a basso costo – intende aprire svariate centinaia di ambulatori dove la gente che non gode di copertura sanitaria (negli USA sono circa 40 milioni) possa trovare una qualche forma di assistenza, soprattutto una risposta immediata a problematiche come la comparsa di
un sintomo. Qualcuno potrebbe giudicare positivo questo intervento, nella logica del “meglio di nulla”; altri invece dovrebbero porsi l’interrogativo sul significato per l’intero sistema di un intervento che non tiene in conto la complessità della natura e dell’organizzazione umana e si propone di dare risposte immediate e veloci a condizioni di disagio senza porsi interrogativi sul prima e il dopo, cioè sull’interezza della vita. Una cultura fondata sulle medical humanities permetterebbe di valutare questo progetto in modo equilibrato, dando al giudizio negativo un fondamento forte, su osservazioni di tipo storico, filosofico, economico, ecc., oltre che clinico in senso stretto.
In conclusione, il concetto di umanizzazione della medicina rappresenta un approccio distorto alla tematica del rispetto della persona ammalata; le medical humanities invece permettono di collocare il rapporto cittadino-personale di assistenza-strutture di assistenza all’interno del tempo presente, cogliendone tutte le interdipendenze ad un livello culturalmente elevato. In questo modo anche la dialettica tra le due culture, quella scientifica e quella umanistica, perde di incisività, perché la cura richiede il contributo delle scienze che descrivono la natura e la storia e cercano di trarne indicazioni per migliorare la vita di tutti, in particolare delle persone più fragili. Così si riduce anche la distanza tra l’oggettività della malattia e l’esserne colpiti; infatti le scienze dell’uomo permettono di capirne le interdipendenze, aiutando la persona che soffre a collocarsi nel mondo e inducendo chi è addetto alla cura nei vari livelli a capire che la sofferenza provocata da un evento biologico evolve in una storia. Verso di questa bisogna indirizzare l’intervento e solo compiendo a ritroso il percorso della malattia – dalla storia, al presente, alla biologia – si cura in modo adeguato, perché solo così si può interferire con le tappe umane del dolore.

Marco Trabucchi

 

 

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