EDITORIALE L'ARCO DI GIANO n° 66 - 2010

           
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I linguaggi della bioetica


N° 66 - inverno 2010



Nel 2011 ricorrono i 40 anni di “fondazione” della Bioetica. Tale disciplina, infatti, nasce formalmente nel 1971 quando l’oncologo australiano Van Rensselaer Potter pubblica un  libro intitolandolo Bioethics: bridge to the future. A dire il vero Potter aveva già proposto il suo neologismo in un articolo, meno noto, di un anno prima (Bioethics: the science of survival) diventato poi il primo capitolo del libro. Nel suo testo, in realtà, l’autore non parla della bioetica come modernamente la intendiamo o quantomeno solo di una parte di essa relativa alla “scienza delle sopravvivenza” con particolare riferimento alle generazioni future:
“Il proposito di questo libro è di contribuire al futuro della specie umana, promuovendo la formazione di una nuova disciplina, la disciplina della bioetica. Se vi sono “due culture” che non sembrano in grado di parlarsi - la scienza e le discipline classiche - e se ciò fa parte del motivo per cui il futuro sembra in dubbio, allora potremmo forse costruire un “ponte verso il futuro” ponendo la disciplina della bioetica come ponte tra le due culture” (R. POTTER, Bioethics, a bridge to the future, Prenctice-Hall, Engelewood Cliff 1971, p.7).
Tuttavia Potter non solo conia un neologismo destinato ad avere un impensato successo ma pone un assunto fondamentale cioè quello che “i valori etici non possono essere disgiunti dai fatti biologici” (Op. cit., p. 14). In fondo è esattamente su questo che si fonda la bioetica.
Questa incertezza epistemologica costituisce una sorta di peccato originale che la bioetica si poterà dietro e che, dopo una prima stagione pionieristica ed entusiasta, si è acuita soprattutto in questi ultimi anni.
Uno dei suoi più autorevoli “padri” europei, il prof. Francesc Abel, fondatore del prestigioso Istituto Borja di Barcellona, ama ripetere che quando ha iniziato a interessarsi di bioetica sapeva bene di cosa si stava occupando ma adesso non lo sa più. In effetti non si possono non registrare alcune importanti evoluzioni disciplinari che, se da un lato hanno aperto nuovi orizzonti, dall’altro hanno confinato la bioetica entro cunicoli riduzionistici e impoverenti.
A questo c’è da aggiungere che, nella complessità pluralistica della società contemporanea, non si può più parlare di bioetica ma di bioetiche e questo porta inevitabilmente verso una caduta di tipo relativistico che è costitutivamente aliena dalla fondazione universalistica del sapere morale. Cosa, peraltro, ben diversa dalle differenze di recezione individuale, sociale, culturale e dal giusto spazio da attribuire alla soggettività anche nella elaborazione della norma morale.
Di derive riduzionistiche oggi ne registriamo molte.
Innanzitutto quella moralistica che valuta in prima istanza il livello normativo di ogni problema etico chiedendosi innanzitutto se un atto sia “lecito” prima di interrogarsi sul suo valore morale (cioè se sia in sé giusto o “corretto”).
Poi quella dualista, oggi fortemente presente soprattutto di fronte alle elaborazioni legislative, per cui il dibattito etico si trova costantemente spaccato tra un fronte cattolico e uno “laico” (o per meglio dire “laicista”) incapaci di dialogare, di ascoltarsi reciprocamente e giungere a una condivisione valoriale su problemi che, proprio per la loro natura etica, spesso prescindono dal dato religioso avendo una portata di carattere universale. In tali polarizzazioni albergano poi i rispettivi integralismi che, da entrambe le parti, stressano ulteriormente le distanze, le acuiscono e sono di crescente ostacolo a una feconda reciprocità.
Infine, la deriva giuridica che sta lentamente sostituendo la bioetica con la biogiuridica e l’etica della responsabilità (così faticosamente “lanciata” nella storia del pensiero da Jonas) con l’etica dell’obbedienza. Il dibattito etico si trova così mortificato e totalmente ricondotto al dibattito giuridico. Non che questo sia superfluo o secondario ma certamente è “altro” dalla riflessione etica che ne sta alla base. Oggi, invece, di fronte alle grandi questioni del nascere e del morire, di fronte agli interventi biotecnologici di fronte ad alcuni arditi traguardi della medicina (come ad esempio la robotica) si invocano subito normative, leggi, dichiarazioni, raccomandazioni, organi di vigilanza, circolari, decreti e quant’altro.
Proprio per questo, al fine di celebrare questo anniversario ci è sembrato opportuno aprire la finestra e prendere una nuova boccata d’aria guardando al tempo stesso verso orizzonti lontani. Certo l’odierna bioetica non è quella di  quarant’anni fa, ma può essere una disciplina più ricca e variegata che si serve di antichi e nuovi linguaggi e che, nel suo evolversi, pone la progettualità di nuovi approdi.
La panoramica che qui presentiamo, ovviamente, non vuole né può essere esaustiva quanto piuttosto esemplificativa.
Il primo contributo, di Corrado Viafora, offre per così dire la prospettiva più classica, quella cioè della fondazione filosofica della disciplina. In quanto “etica speciale”, cioè bio-etica, questa non può che ancorarsi solidamente all’etica senza della quale sarebbe un costrutto privo del necessario sostegno argomentativo.
A questo fa seguito il linguaggio religioso in uno studio di Michele Aramini che evidenzia le implicanze teologiche che, fin dalla sua origine, la bioetica ha avuto, soprattutto nel pensiero di alcuni suoi esponenti analiticamente valutati dall’autore. Francesco D’Agostino ci presenta, quindi, una lucida ed attenta analisi del linguaggio consultivo di carattere pre- o para giuridico, tipico del Comitato Nazionale di Bioetica o di organismi similari. Si tratta di uno studio che per la prima volta analizza criteri, modalità, strutture semantiche e percorsi mentali sottesi a quei pareri o mozioni che troppo spesso nascondono il restrostante, complesso processo argomentativo.
Sul versante più propriamente giuridico si pone, invece, lo studio di Maria Teresa Iannone che evidenzia la dialettica, spesso inadeguatamente percepita, tra norma etica e norma giuridica. L’esito è quello, come si accennava prima, di una “biogiuridica” che, se pur necessaria, rischia di soppiantare la bioetica in quanto tale.
Con il contributo di Giorgio Bordin iniziano una serie di articoli che potremmo definire dei “nuovi linguaggi” della bioetica a cominciare da quello artistico. L’intuizione dell’artista, infatti, coglie nella raffigurazione pittorica o, più in generale, iconografica, conflitti, speranze, criticità, dibattimenti che la razionalità argomentativa non saprebbe esprimere con altrettanta efficacia.
Segue l’articolo di Maurizio Soldini sul linguaggio letterario, anche questo un ambito nuovo e finora poco sondato nonostante di “etica narrativa” si parli ormai da tempo. Di tale narratività il testo analizza le principali strutture semantiche cercando di ricostruire il percorso della decodificazione da parte del lettore e offrendo alcuni personali contributi nell’ambito della poesia.
Possiamo dire sia eco speculare il saggio di Myriam Leone che, sul presupposto dello studio precedente, presenta il linguaggio narrativo offrendo una lettura analitica di tre testi scritti da autori di diversa matrice culturale ed espressione letteraria. Anche in questo caso siamo di fronte a un’opera di decodificazione  concretamente esperita in un diverso approccio alla narrazione.
Su questa scia si pone anche il contributo di Paolo Cattorini sul linguaggio cinematografico. Non si tratta di una sorta di recensione o critica cinematografica che evidenzia la problematizzazione etica quanto piuttosto di una globale lettura dell’opera condotta alla luce dell’interpretazione etica che nel linguaggio cinematografico viene rappresentata.
Infine il linguaggio simbolico redatto dal sottoscritto, curatore del dossier. In fondo il simbolo è antica premessa, ad esempio nelle immagini del mito, e prospettiva di diversificati approcci futuri. Ed è la più immediata, ancestrale, ma anche profonda modalità di coinvolgimento psichico dell’uomo di fronte ai problemi che lo investono sul piano morale. La bioetica, evidentemente, non sfugge a questa logica. Anzi ci auguriamo che, proprio da questi spunti che abbiamo appena cercato di abbozzare nella commemorazione dei suoi “primi quarant’anni”, possa trarre un nuovo e più ricco slancio creativo.

di Salvino Leone

 

 

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